Le scarpe in mano I



Introduzione
Scarpa : s. f. [forse dal germ. *skarpa «tasca di pelle»] Calzatura che riveste e protegge il piede… (dal vocabolario dell’Enciclopedia Italiana Treccani).
Un eccesso di zelo citare la più illustre enciclopedia italiana per una definizione così scontata. Basta e avanza l’esperienza comune per affermare che senza dubbio le scarpe sono fatte per i nostri piedi e per accompagnare i nostri passi. Eppure, cambiando posizione dal piede alla mano, le scarpe si possono trasformare da accessori del nostro abbigliamento a protagoniste di storie di vita, autentiche anche quando sembrano inventate, diverse com’è diverso il percorso di ognuno di noi.   




        I                                         

Tanti anni fa, quando, purtroppo, anche in Italia c’era la guerra, tutti gli uomini erano andati a combattere.
 Allora le donne si misero a fare i lavori che di solito fanno gli uomini. Questo accadde
anche nel piccolo paese dove viveva mia madre, che allora era una bimba. Una delle sue molte zie, Sabina, si mise a fare la calzolaia, perché nessuno più accomodava le scarpe vecchie e faceva le scarpe nuove. Non ho mai saputo da chi avesse imparato il mestiere di calzolaio, ma ricordo l’odore di pelle e di colla che c’era nella stanza dove,
molto tempo dopo, zia Sabina lavorava ancora, riparando scarpe per tutti: c’erano ancora le forme, piccole per le scarpine da bimbo, grandi, più grandi e gli strumenti, i chiodini, i fili. La mia mamma mi raccontava che fu proprio la zia a fare le sue prime scarpe con i tacchi alti, di pelle grigia, morbidissima, avrei voluto averle anch’io.



Non era difficile, durante le visite alle zie di noi, numerosi e rumorosi nipoti, veder scendere  dalle  sei rampe della lunga scala che portava al laboratorio, collocato all’ultimo piano della grande casa, la zia Sabina, ormai anziana ma ancora energica, con in mano l’ultimo paio di scarpe riparate. Che passavano nelle mani della sorella, più giovane, la zia Maria, per scomparire nella sua capace borsa, insieme ad una quantità di oggetti di varia natura. Era Maria che aveva l’incarico di consegnarle al proprietario, nel suo giro di commissioni con l’inseparabile bicicletta. La stessa bicicletta che la portava in sella fino a Vecchiano, a trovare le due nipoti, sposate in quel paese: il festoso suono del campanello annunciava gioiosamente la visita della cara parente, sempre pronta ad accorrere per qualsiasi bisogno. In effetti le zie Sabe, come per comodità e affetto noi le chiamavamo, estendendo ad entrambe l’abbreviazione dello storico nome della maggiore, non  avendo formato una loro famiglia si dedicavano senza risparmio a nipoti e pronipoti, con una dedizione totale e discreta ed un senso dell’accoglienza per cui loro casa era sempre piena di gioventù e di bontà, sia astratta che concreta. Perché se avvolgente era l’affetto, irresistibili erano le merende che ci offrivano. Lì eravamo tutti a casa nostra, circondati da mobili severi, su cui campeggiava, nella cucina, il quadro del Sacro Cuore, con una mensola sottostante, come un piccolo altare e il lumino acceso. La devozione religiosa, per cui scherzosamente, ma senza irriverenza le chiamavamo”Santone”, era una costante della loro vita, presente anche nelle forme esteriori del culto domestico. Mi ricordo di una visita, negli anni ’70, quando, in una fredda sera di ottobre, trovammo tutta la famiglia, (le Sabe, lo zio Mario e sua moglie Marò, omonima di Maria e quindi era necessario distinguerle) riunita  intorno al fuoco acceso, assorta nella recita del Rosario. Aspettammo in silenzio e in disparte che la preghiera fosse conclusa. Mi ricordo di aver provato una sensazione di stupore, come chi resta sospeso tra due epoche e due mondi.
La loro serena religiosità era presente anche nell’intercalare del linguaggio, ma soprattutto si faceva concreta nella disponibilità, nell’aiuto offerto sempre senza forzature e con rispetto, che nel corso della vita, crescendo, tutti abbiamo avuto modo di esperimentare, specialmente nei momenti più difficili.
    Ogni tanto, a mezza bocca, le rispettive mamme e zie alludevano a storie sentimentali delle due sorelle e sapevamo che la loro rinuncia ad un avvenire di spose e di madri era stata causata proprio dall’attaccamento reciproco, per cui quando una buona occasione si era presentata all’una o all’altra, per non lasciare sola la sorella ognuna di loro aveva tergiversato tanto che, trascorrendo gli anni della gioventù,  erano rimaste sole, ma insieme, fino alla vecchiaia, che poi compie i suoi inesorabili passi.

15 commenti:

  1. Non ci crederai ma mentre la leggevo mi sembrava di sentire anche a me l'odore del mastice e mi è venuta davanti agli occhi l'immagine della zia Sabina che lavorava in quella stanza non certamente piena di luce ma ricca della sua presenza, e noi bambine che la guardavamo meravigliate <3

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    1. Questi ricordi fanno parte di noi, sono l'eredità di affetto e di esempio che conta davvero e, nonostante l'età e la presunta maturità ( almeno cronologica) sono ancora una risorsa autentica, un ritorno a casa...

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  2. Che bello questo racconto, i ricordi sono un patrimonio immenso per noi, ed è bello riviverli e ricordarli ed a mio parere è anche un modo di onorare chi non c'è più, un bacio fata confetto, mi sono unita al tuo google friend,se tu volessi ho anche io quella opzione e riscalda il cuore ogni viso nuovo che si aggiunge, ciao cara a presto, ieri ho lavorato tutto il giorno al blog per migliorarlo, sai? c'è un blog che si chiama "directory blogspot" iscrivendosi poi se si viene accettati si fa parte di questo blog che è un unione tra tanti blog nel mondo, poi ti mandano una foto di appartenenza al gruppo, se vai nel mio blog al post di ieri con la bella Dea bionda nei commenti c'è un messaggio di uno della directory ed anche il link per raggiungerlo, i nostri blog ne saranno illuminati, è come una faro nella notte ti pare? condivisione di idee tra popoli diversi, ora è tutto molto nuovo, esiste da un mese, se ti va passa ok? bacioni e buona serata ;-)))

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  3. Ringrazio vivamente Matteo per essersi aggiunto ai lettori di questo blog.

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  4. Una grande sorpresa averti trovato tra i lettori di questo blog, dove riunisco i miei pensieri in versi e in prosa! Grazie , Olga :-)
    Marilena

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  5. Ricordo il calzolaio del paese di montagna dove ho la casa: quell'odore particolare, il banchetto, la finestra che s'affacciava sul vicolo...oggi le scarpe si buttano prima che si possano consumare!

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    1. E' vero Lella, oggi niente ha più valore, né le cose e, spesso, nemmeno le persone, purtroppo!
      Ci sono scorci di vita, come quello che descrivi, che ci riportano alla semplicità di un'esistenza più modesta, ma anche più ricca dal punto di vista umano:-)

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  6. Anche la mia mamma confezionava scarpe per la famiglia. Io ricordo appena la forma, il martelletto i chiodi....quel piccolo ferro che si chiodava sui tacchi affinché non si consumassero. A me non piacevano perché, quando si camminava, faceva troppo rumore.
    Cbe bei ricordi mi hai suscitato!! Ti ringrazio. I ricordi fanno parte del mio vissuto. Non posso perderli,
    Baciobacio

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  7. Ciao Rosetta,
    sono contenta di questo particolare che ci accomuna nel ricordo di persone care che, insolitamente come donne, hanno fatto un mestiere da uomo.
    Capisco che i tacchi ferrati di davano fastidio, sembravano claquettes da tip tap...ma il ricordo è bello lo stesso:-)

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  8. il tuo racconto mi ha emozionata. Anche io avevo due zie signorine. Sarte di mestiere, durante la guerra ricavarono il filo togliendo le trame dalle tende per cucire vestiti per i parenti. Confezionavano anche scarpe, lavoravavo con 3 ferri calzini di cotone o di lana, sulla pianta vi cucivano la suola ritagliata dalla pelle di vecchie scarpe, scarponi militari...grazie

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  9. Mietta cara,
    queste persone ci hanno dato una grande lezione, in silenzio e umile laboriosità, siamo state fortunate a conoscerle, hanno arricchito il nosrto affetto e il nostro atteggiamento verso la vita, anche quando si presenta dura e difficile:)

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  10. è vero, io non mi sono arresa neanche al Parkinson, non mi fermo mai, anche se ho dei limiti, la mia creatività ha trovato nuove strade...e lo devo agli esempi ricevuti. un abbraccio ...

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  11. Ho letto anche la prima parte di questo racconto di vita vera ed è scritto veramente bene portando la memoria ai tempi antichi.
    Complimenti
    Giorgio

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    1. Buonasera Giorgio,
      rispondo qui ai commenti che hai avuto la benevolenza di scrivere in calce a diversi post di questo blog, con espressioni di apprezzamento che mi lasciano senza parole ( non mi succede spesso) e ti ringrazio vivamente.
      Visiterò i tuoi blog con molto piacere; la condivisione della passione per la scrittura è una fonte continua di scoperte e di emozioni:-)

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